Beato Michele Rua, il ragazzo che fece a metà

Beato Michele Rua, il ragazzo che fece a metà

Otto anni e una fascia nera

Un fanciullo pallido. Otto anni e una larga fascia nera al braccio sinistro. Da due mesi gli é morto il papà. Un prete, che ha distribuito medaglie a tutti gli altri ragazzi, e ora ha le mani vuote, gli fa cenno di avvicinarsi.

  • Prendi, Michelino, prendi.

Prendere che cosa? Quello strano prete non gli dà niente. Soltanto tende la mano sinistra, e con la destra fa finta di tagliarla in due. Il fanciullo alza gli occhi interrogativi. E il prete gli dice:

  • Noi due faremo tutto a metà.

Si chiama Michelino Rua, quel ragazzetto, e abita alla Regia Fabbrica d ‘Armi di Torino, dove suo padre era impiegato. Quel prete é don Bosco, e sta facendo la rivoluzione della bontà tra i giovani della periferia torinese.

Dal giorno della «mano tagliata» Michelino frequenta l’Oratorio di don Bosco, e gli diviene amico. Qualche anno dopo, nel cortile dei Fratelli delle Scuole Cristiane, don Bosco e Michelino si parlarono a lungo.

  • Hai finito la scuola dell’obbligo, Michele. E ora che Cosa hai intenzione di fare?
  • Mia mamma ha parlato con il direttore della Fabbrica a’Armi. Mi accettano a lavorare negli uffici, e cosi potrò aiutare la mia famiglia.
  • Anch’io ho parlato con qualcuno. I tuoi insegnanti mi hanno detto che il Signore ti ha dato una bella intelligenza, e che sarebbe un peccato se non continuassi a studiare. Te la sentiresti?
  • Certo. Ma mia madre é povera. Dove vuole che vada a prendere i soldi per mandarmi ancora a scuola?
  • A quelli ci penso io. Anzi, ci penserà la Provvidenza. Tu chiedi soltanto a tua madre se ti lascia venire a scuola da me.

«Sono contenta. Ma la tua salute?»

La signora Giovanna Maria fissa a lungo il suo bambino, già troppo alto per i suoi dieci anni. Lo sente parlare con entusiasmo della scuola e di don Bosco, e risponde:

Sono contenta, Michelino. Ma la tua salute reggerà? IL Signore s’è già preso con sé quattro dei tuoi fratelli, e tu sei ancora più gracile di loro. Di a don Bosco che non ti lasci troppo sui libri, altrimenti ho tanta paura…

NellOratorio che don Bosco ha fondato a Valdocco c’é una folla di 500 ragazzi. Da solo non ce la fa più a badare a tutti. Un ministro del governo, Urbano Rattazzi, gli ha detto:

  • Se lei venisse a mancare, che ne sarebbe della sua opera? Si scelga alcuni laici ed ecclesiastici di fiducia, e formi con loro una società.

Don Bosco ci sta pensando da tempo. Ma non sceglierà come aiutanti degli adulti. Punta sui migliori dei suoi ragazzi. Quel Michelino Rua, per esempio, cosi intelligente e laborioso, presto potrà dargli una mano.

Garanzia per 50 anni

Martedì di Pasqua. Il cielo di Torino é un groviglio di nuvole nere. Piove ormai da una settimana. Giovanni Francesia e Michele Rua, compagni di scuola e amici per la pelle stanno ripassando insieme la lezione di italiano. Michelino però é distratto, assente. Sembra che una grande tristezza gli pesi addosso. Francesia, dopo avergli domandato due volte la stessa cosa, chiude seccamente il libro e sbotta:

  • Ma che cosa hai quest’oggi?

Mordendosi le labbra per non piangere, Michelio mormora:

  • E morto mio fratello Giovanni… La prossima volta tocca a me…

Era l’ultimo fratello che viveva in casa. Ora la mamma, nell’alloggetto alla Fabbrica d’armi, sarebbe rimasta sola.

Don Bosco chiama Michelino e lo conduce con sé per la città. Vuole svagarlo un po. Camminano svelti verso la grande Piazza Vittorio, in riva al Po. Don Bosco deve sbrigare una faccenda. La città di Torino ha celebrato, in quei giorni, l’ottavo cinquantenario del celebre «miracolo del SS. Sacramento». Don Bosco ha pubblicato un volumetto che è andato a ruba. Ad un tratto si ferma e dice lentamente a Michele:

  • Fra Cinquant’anni si celebrerà il nono cinquantenario del miracolo, e io non ci sarò più. Tu invece ci sarai. Ricordati fin’ora di ristampare il mio libretto.

Michele Rua scuote la testa:

  • Lei fa presto a dire che ci sarò ancora. Io invece ho paura che la morte mi farà un brutto scherzo.
  • Nessuno scherzo, né brutto né bello – tronca don Bosco -. Ti garantisco io che fra cinquant’anni ci sarai ancora. Fai ristampare il Libretto, intesi?

Il primo salesiano

25 marzo 1855. Nella povera camera di don Bosco si svolge una cerimonia Senza solennità. Don Bosco, in piedi, ascolta. Michele Rua, in ginocchio davanti al Crocifisso, mormora alcune frasi: «Faccio voto di povertà, castità e ubbidienza nelle sue mani, don Bosco…». Non ce nessun testimone. Eppure in quel momento nasce la Congregazione Salesiana: don Bosco é il fondatore, Michele Rua é il primo Salesiano.

Don Bosco gli affida la scuola di religione, l’assistenza nel vastissimo refettorio, nel cortile, in chiesa. Con tutto questo, Michele deve continuare gli studi e dare tutti gli esami, che in quegli anni sono frequenti e durissimi. In più, alla domenica, va a far funzionare l’Oratorio di San Luigi, vicino a Porta Nuova.

L’ordine, la pulizia e la proprietà in ogni sua cosa, è per Michele Rua una seconda natura.

Un giorno don Bosco conduce un signore fiorentino a visitare l’Oratorio, e lo fa salire nella piccola soffitta del chierico Rua. La cameretta ha un lettuccio, un tavolo spoglio di tutto fuorché di un calamaio e poi, quasi rasente al suolo, sopra un’assicella posata su quattro mattoni, una scansia di libretti e di quaderni. Quest’ordine, in tanta vera povertà, commuove quel signore.

Alla sera, prima di tornare in albergo, vuole conoscere personalmente l’inquilino di quella stanzetta per congratularsi con lui. Dice poi a don Bosco:

  • Che bell’anima deve avere questo chierico, che sa conservare tanta dignità in tanta povertà.

«Io non voglio che tu muoia»

28 luglio 1860. Il vescovo monsignor Balma distende le mani sulla fronte di Michele Rua. Invoca lo Spirito Santo. Michele diventa sacerdote, è don Rua.

Dopo quella importantissima giornata sale alla sua stanzetta. Trova sul tavolino una lettera di don Bosco. Legge: «Tu vedrai meglio di me l’Opera Salesiana valicare i confini dell’Italia e stabilirsi in molte parti del mondo. Avrai molto da lavorare e molto da soffrire. Ma, tu lo sai, solo attraverso il mar Rosso e il deserto si arriva alla Terra Promessa. Soffri con coraggio; e, anche quaggiù, non ti mancheranno le consolazioni e gli aiuti da parte del Signore».

Negli anni che seguono, il lavoro di don Rua mantiene un ritmo incredibile. Va ad aprire il «Piccolo Seminario» di Mirabello, la prima opera salesiana fuori Torino. Torna per dirigere i lavori nella costruzione del grande Santuario dell’Ausiliatrice. Contemporaneamente don Bosco gli affida i laboratori dei piccoli artigiani (360 alunni), la pubblicazione delle Letture Cattoliche, il compito di rispondere alla sua corrispondenza.

La salute di don Rua ha un crollo pauroso. Sembra in fin di vita. Ma don Bosco non perde la calma: fa portare via l’Olio Santo che qualcuno ha recato nella stanza del malato, e gli dice:

  • Io non voglio, capisci? Non voglio che tu muoia. Dobbiamo ancora lavorare e lavorare, altro che morire. Senti, anche se ti buttassi gin dalla finestra, ti assicuro che non moriresti.

1884. La salute di don Bosco declina sempre più. Il tramonto si annuncia imminente. Egli ha detto più volte: «Se Dio mi dicesse: preparati, che devi morire, scegli un successore e chiedi per lui le grazie e le virtù che stimi necessarie perché possa disimpegnare bene il suo ufficio, io non saprei che cosa domandare al Signore, perché tutto quanto già lo vedo posseduto da don Rua».

«Amatevi, aiutatevi e sopportatevi come fratelli»

Dicembre 1887. Don Bosco é una candela che lentamente si spegne. Affondato nel seggiolone, ravvolto in una coperta, nella stanza appena tiepida, s’intrattiene a lungo con il suo vicario. Parlano cuore a cuore: della Congregazione che don Rua sta per ricevere sulle braccia, dell’avvenire che si preannuncia difficile ma che vedrà come sempre le benedizioni del Signore. «Abbiamo fatto a metà, tutto a metà», mormora don Bosco.

29 dicembre. Al termine di una giornata in cui sembrava che la morte volesse portarselo via, don Bosco fa chiamare don Rua e monsignor Cagliero (il primo salesiano consacrato Vescovo, missionario in Patagonia). Li prende per mano, e dice adagio:

  • Vogliatevi bene come fratelli. Amatevi, aiutatevi e sopportatevi a vicenda come fratelli. L’aiuto di Dio e di Maria Ausiliatrice non vi mancherà… Promettetemi di amarvi come fratelli.

Don Bosco muore all’alba del 31 gennaio 1888. In quelle prime ore in cui i Salesiani si sentono orfani, don Rua viene a inginocchiarsi presso la salma di don Bosco, e rimane in ginocchio più di due ore. Dice e ridice al padre dell’anima sua: «Aiutami ad essere te».

E lo fu veramente.

Negli anni che seguirono, Ia Congregazione Salesiana ebbe una crescita esplosiva, inarrestabile. Alla morte di don Bosco i Salesiani erano 700. Le case, sparse in sei nazioni, 64. Quando don Rua chiuderà la sua giornata terrena il 5 aprile 1910, i Salesiani saranno 4.000, e le case 341, sparse in 30 nazioni.

Quando stava per morire, don Francesia gli sussurrò:

  • Siamo tutti qui. Preghiamo il Signore che ti apra le porte del Paradiso. Ricordati di salutare per noi don Bosco.

A quel nome, il volto del morente s’illuminò. Don Bosco era li, e gli tendeva la mano. Quella mano che un giorno aveva teso a un ragazzetto pallido dicendo: «Prendi Michelino. Noi due faremo tutto a meta».

(tratto da “Festeggiamo Don Bosco”, Teresio Bosco, 1987)

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