Don Filippo Rinaldi

Don Filippo Rinaldi

«Di Don Bosco gli mancava solo la voce»

Lu Monferrato è un paesino incollato al cocuzzolo di un colle. Bisogna mangiar polvere e sputare l’anima per arrivare lassù. E i ragazzi di don Bosco, alcuni armati di trombe e tamburi, altri con zaini in spalla, si gettarono su per i tornanti della Strada come indiani all’assalto della diligenza. Arrivarono sulla piazza della chiesa con la lingua fuori.

Dissetati a dovere, attaccarono una marcetta allegra che fece spuntare le donne e i bambini dalle case, e richiamò dai campi gli uomini con la zappa in spalla.

Davanti alla casa dei Rinaldi, di bambini ce n’erano nove, in scala come le canne dun organo. Lottavo, un affarino alto cosi, si chiamava Filippo. Guardava incantato quel prete che muovendo una mano nell’aria dirigeva la banda.

Rivide quel prete mezzora dopo, sull’aia della casa mentre parlava con papà Cristoforo. Don Bosco cercava un calesse per arrivare in fretta al paese dopo Lu, e Cristoforo Rinaldi glielo mise a disposizione. Gli presente anche i suoi bambini che gli stavano intorno. Don Bosco fece una carezza a tutti, fissando lungamente negli occhi il piccolo Filippo. Si sarebbero incontrati tante altre volte nella vita…

Un fagottino sotto il braccio

Quando Filippo compi dieci anni, il nome di don Bosco tornò a rimbalzare sulla sua vita. Nel paese di Mirabello, a un tiro di schioppo da Lu, quel prete di Torino aveva aperto un «piccolo seminario». Papà Cristoforo pensò di mandarvi Filippo. Il ragazzino robusto e mite prese sotto il braccio il suo fagottino, baciò la mamma, e sul calesse di papà andò Verso Mirabello.

Aveva il cuore un poco stretto come tutti i ragazzini che lasciano la casa per la prima Volta. Ma era serio e riflessivo, e capiva che quel sacrificio poteva spalancare alla sua vita altri orizzonti che non fossero i campi e le vigne di papà.

Ebbe per insegnante un chierico di nome Albera. «Per me don Albera – scriverà – fu un angelo custode. Fu lui incaricato di vigilarmi, e lo fece con tanta carità che mi stupisce ogni volta che ci penso». Ma non cera solo don Albera, purtroppo. Un altro assistente aveva maniere grossolane che offendevano.

Don Bosco venne due volte da Torino a visitare il «piccolo seminario», e parlò a lungo con Filippo. Diventarono amici.

In primavera, purtroppo, il fattaccio. Filippo era stanco per gli studi intensi dei mesi invernali, e l’occhio sinistro aveva cominciato a dargli seri fastidi. Un giorno che era particolarmente teso, l’assistente dal fare grossolano lo urtò in maniera particolare. Filippo non perse le staffe, ma andò dritto dal direttore a dirgli che voleva tornare a casa. Sembrava il capriccio di un momento, ma non fu cosi. Filippo aveva deciso e non ci fu nessuno capace a fargli cambiare parere.

Quando don Bosco quell’anno giunse per la terza Volta a Mirabello, fu informato che Filippo era tomato in famiglia. Ci rimase male. Gli scrisse una letterina a Lu, in cui lo pregava di ripensare alla sua decisione.

Di lettere di don Bosco, Filippo ne riceve parecchie negli anni che seguono. In ognuna c’è l’invito amichevole a ripensarci, a tornare. Ma il ragazzo, pur rimanendo amico di don Bosco, non se la sente. A 18 anni, anzi, attraversa una crisi religiosa che potrebbe portarlo molto lontano. La supera per le preghiere e le lacrime di sua madre.

1876. Filippo Rinaldi compie vent’anni. I genitori di una brava ragazza sono venuti da papa Cristoforo ad avanzare una proposta di matrimonio. Ma da Torino arriva anche don Bosco, deciso a dare battaglia per portare Filippo con sé.

C’è un colloquio lungo, decisivo. Con la semplice tenacia dei contadini, Filippo espone tutte le sue difficolta. Don Bosco le ribatte ad una ad una.

Ha scoperto in lui la stoffa di un grande salesiano, e non vuole lasciarselo scappare. «Mi guadagnò a poco a poco – scriverà don Rinaldi -. I genitori mi lasciavano libero, e la mia scelta cadeva su don Bosco».

Un cimitero di croci rosse e blu

Novembre 1877. Filippo Rinaldi giunge a Sampierdarena dove don Bosco ha aperto una casa per le «vocazioni adulte». A 21 anni il contadino di Lu riapre la grammatica italiana e quella latina. I primi tempi sono durissimi. Sul primo compito, insieme a un cimitero di croci rosse e blu, c’è un

voto mortificante, un due. Eppure, con la stessa tenacia con Cui ha resistito per tanti anni alla Voce di don Bosco, Filippo s’arrampica giorno per giorno per la dura Strada degli Studi. Direttore a Sampiedarena è quel don Albera che l’aveva incantato a Mirabello. Nei momenti ingrati trova conforto in lui.

«Un giorno gli dissi che temevo di farne una delle mie fuggendo. Egli mi rispose: Io verrei a prenderti».

13 agosto 1880. Inginocchiato ai piedi di don Bosco, Filippo pronuncia i voti di povertà, castità, obbedienza. È salesiano. Ha 24 anni. Nell’autunno del 1882 comincia la sua salita verso il sacerdozio. Riceve gli ordini minori, il suddiaconato, il diaconato. Ce un particolare che fa sorpresa: Filippo Va avanti non perché lo voglia, ma perché glielo comanda don Bosco in cui ha la massima fiducia. Racconterà «Don Bosco mi diceva: Il tal giorno darai il tal esame, prenderai il tal Ordine. Io obbedivo di volta in volta». Mai don Bosco si è comportato cosi con un’altra persona: esortava, invitava, ma lasciava che fosse l’individuo a decidere. Con Filippo, don Bosco ordina. Doveva leggere molto chiaramente nel futuro di quel giovanottone.

La vigilia di Natale del 1882 don Filippo Rinaldi celebra la sua prima Messa nella casa salesiana di San Benigno. E presente don Bosco che abbracciandolo gli domanda: «Ora sei contento?». La risposta lascia sconcertati: «Se mi tiene con lei, si. Se no, non saprei che fare».

Ma qualche mese dopo torna dalle missioni dell’America l’ardente don Costamagna, e don Filippo, travolto dall’entusiasmo generale, chiede a don Bosco di partire missionario. Questa Volta è don Bosco a dire di no: «Tu starai qui. In missione manderai gli altri».

Gennaio 1888. Don Bosco si va spegnendo. Don Rinaldi, nominato da lui direttore delle vocazioni adulte, si reca a fargli visita. Vorrebbe confessarsi da lui, ma lo trova cosi prostrato che quasi ci rinuncia. Poi: «Don Bosco – gli dice -, vorrei che mi confessasse, ma non vorrei stancarla. Facciamo così: io le dirò i miei peccati, e lei dopo mi dirà una parola, una sola».

Si confessa. Prima di assolverlo, don Bosco gli dice soltanto: «Meditazione».

«Questa parola mi fece grande impressione – dirà poi -. Fu come una rivelazione dell’importanza che don Bosco dava alla meditazione».

Il primo successore di don Bosco alla testa della Congregazione Salesiana sarà don Rua. Il secondo don Paolino Albera. Il terzo sarà don Filippo Rinaldi. Il Vecchio don Francesia dirà di lui: «Di don Bosco gli manca soltanto la Voce. Tutto il resto ce l’ha».

(tratto da “Festeggiamo Don Bosco”, Teresio Bosco, 1987)

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