Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Due pagnotte sulla coscienza

«Entrai nell’Oratorio di Valdocco nel 1872 ed avevo appena 11 anni, essendo nato a Pecetto Torinese l8 aprile 1861. Ero molto birichino allora (come si può essere birichini a quell’età). Ebbi qualche difficoltà nell’adattarmi alla vita di alunno interno».

Chi racconta è Francesco Piccollo. Chi registra il racconto é Giorgio Serié. Tutti e due grandi salesiani.

«Don Bosco si industriava per darci l’alimento necessario. (…) Al mattino per colazione ci davano, all’uscita dalla chiesa, una pagnotta, senza companatico. Quel pane talvolta era cosi duro che dovevamo ammollirlo con l’acqua che attingevamo alla pompa. A mezzogiorno avevamo minestra a volontà, in capaci scodelle di stagno: qualche Volta alla domenica ci aggiungevano un po di carne e frutta, nelle feste grandi la bicchierata. Alla sera minestra e frutta. Non che si patisse la fame, no! C’era don Bosco e basta! Vivevamo d’affetto, si respirava in una regione di splendide idee che ci riempivano di contentezza e non pensavamo ad altro.

Ma alla merenda ci davano la cosiddetta pagnotta belle fresca. I forni erano sotto il Santuario di Maria Ausiliatrice.

Durante la ricreazione delle 4 pomeridiane, andavamo accanto ai lucernari per respirare il profumo del pane che veniva sfornato. I famigli uscivano portando i cestoni di vimini ripieni di pagnotte, per distribuirle ai giovani.

Un pomeriggio m’accorsi che alcuni miei compagni si destreggiavano per carpire di frode qualche pane, e anch’io, ahimè!, mi lasciai tentare dalla golosità e, approfittando di una distrazione dei portatori, sottrassi due pagnotte e fuggii dietro il porticato a mangiarle con avidità. Ma poi venne il rimorso:

  • Hai rubato, domani dovrai fare la santa Comunione! Devi confessarti!

Ma il mio confessore era don Bosco. Io sapevo quanto don Bosco aborriva il furto. Come fare? Non tanto per vergogna, quanto per non dare un dispiacere a don Bosco, scappai dalla porta della chiesa, e difilato andai alla Consolata (Santuario poco distante da Valdocco). Entrai nella chiesa semibuia, scelsi il confessionale più nascosto, con la grata più fitta e incominciai la mia confessione:

  • Son venuto a confessarmi qui, perché ho vergogna di confessarmi da don Bosco!

Una Voce rispose:

  • Di pure, don Bosco non saprà mai niente…

Era la voce di don Bosco.

Misericordia! Non può essere! Ma se don Bosco era all’Oratorio. Sudavo freddo. Sarà un miracolo? No, niente miracolo! Don Bosco era stato invitato, come al solito, a confessare alla Consolata, e io mi ero imbattuto precisamente in colui che volevo sfuggire.

  • Parla, parla, caro figliuolo! Che cosa ti é successo?
  • Tremavo come una foglia!
  • Ho rubato due pani!
  • E ti hanno fatto male?
  • No!
  • E allora non affliggerti! Avevi fame?
  • Si.
  • Fame di pane e sete di acqua, buona fame e buona sete! Guarda: quando avrai bisogno di qualche cosa, chiedilo a don Bosco. Ti darà tutto il pane che vorrai, ma ricordati bene: don Bosco preferisce la tua confidenza a crederti innocente. Con la tua confidenza ti potrà aiutare sempre, invece con la tua innocenza potresti scivolare e cadere e nessuno ti darebbe una mano. La ricchezza di don Bosco é la confidenza dei suoi figli. Non dimenticai mai più quella bontà e quella lezione».

«Mia mamma piangeva»

«L’anno seguente venne a trovarmi la mamma. Ero già in seconda ginnasiale (= seconda media). Essa mi parlò durante la ricreazione, dopo pranzo, e tra le altre cose mi confidò la sua pena per aver avuto un rifiuto dal signor Prefetto (= l’economo) di pazientare per la pensione (allora poca cosa, ma anche quel poco la mamma non l’aveva). Il Prefetto le aveva risposto:

  • Se non pagate, vostro figlio lo manderò via!

Essa piangeva per questa minaccia e io dovendo andare a scuola, la lasciai in pianto. Alla ricreazione del pomeriggio rividi la mamma che mi aspettava ancora in portineria, ma stavolta tutta allegra e trionfante e mi disse:

Senti, Cecchino, io ora non piango più, tu pure sta allegro. Sono stata da don Bosco e mi disse: Sentite, buona donna, non piangete! Dite a vostro figlio che se don Bologna (= l’economo) lo manda via dalla portineria, rientri dalla chiesa e venga da me. Don Bosco non lo manderà mai via”

Il Prefetto mi mandò a chiamare, e io spaventato… bussai alla porta di don Bosco.

  • Chi é?
  • Sono io!
  • Avanti! Ah, sei tu? Bene, bene. Quanti mesi deve tua mamma?

E don Bosco con delicatezza infinita scrisse la ricevuta della pensione per tutto l’anno, apponendo la sua firma. Nessuno si accorse, neanche il prefetto, della generosità del buon Padre. Rimasi cosi commosso, attaccato a don Bosco da non dire».

Francesco non vide nel comportamento di don Bosco un «bel gesto», il gesto di un principe che può disporre di molto denaro, e con animo grande condona le tasse. La retta dei collegi di condizione popolare era di lire 24 mensili: il minimo necessario per il mantenimento. Ciò che don Bosco, su quel rettangolino di Carta, dichiarava «ricevuto», sarebbe andato ad elemosinarlo facendosi venire le gambe gonfie a forza di salire scale, bussando a molte porte, inghiottendo risposte mortificanti. Questo lo sa Francesco e lo sanno tanti altri ragazzi, che nei momenti difficili don Bosco manda in chiesa a pregare, mentre lui salirà le scale dei ricchi.

Quel bigliettino che Francesco porta dall’economo non è solo un pezzo di carta, è sudore, fatiche, umiliazioni, che il suo don Bosco andrà volentieri a subirsi per lui, perché gli vuol bene. Per questo Francesco rimane «commosso, attaccato da non dire» a don Bosco. E rimane con il desiderio di ricambiare, con uguale amore.

Francesco Piccollo continua a raccontare:

«Ero già in quinta ginnasiale. Un giorno mentre noi più grandi attorniavamo don Bosco, passeggiando sotto i portici, mi venne in mente di manifestare al buon padre tutto il mio affetto. Don Bosco si accorse non so come del mio pensiero e senz’altro mi disse:

  • Tu vorresti dirmi qualche Cosa, nevvero?
  • Ha indovinato, sissignore!
  • Che dosa vorresti dirmi?
  • Ma non vorrei che gli altri sentissero!

E nel dire cosi tirai don Bosco in disparte e gli sussurrai all’orecchio:

  • Vorrei farle un regalo. Credo che le farà piacere!
  • E che regalo vuoi farmi?
  • Prenda me!
  • E che vuoi che ne faccia don Bosco di questo bell’arnese?
  • Faccia di me quello che vuole, mi tenga sempre con lei!
  • Veramente – aggiunse don Bosco – non potresti farmi un regalo più gradito! Io lo accetto, non già per me, ma per offrirti e consacrarti al Signore e alla Madonna Ausiliatrice».

«Starai in compagnia degli angeli»

Francesco divenne salesiano. Don Bosco lo mandò in Sicilia, ed egli per trent’anni fu la sua copia esatta nell’isola. Giorgio Serié gli domandò:

  • Qual é il segreto del suo apostolato tra i giovani?
  • Segreto? – rispose -. Nessun segreto! In don Bosco vi erano indubbiamente doni soprannaturali, noi che siamo stati al suo fianco possiamo testimoniarlo, e vi furono doti naturali straordinarie, non alla portata di tutti. Io mi sono limitato a fare timidamente con gli altri quello che don Bosco aveva fatto con me. Misi umilmente in pratica il consiglio ricevuto da don Bosco quando mi mando in Sicilia: «Non badare alla scuola o alla classe che ti daranno, se alta o bassa, pensa solo a fare del bene. Se i ragazzi saranno piccoli, meglio ancora, starai in compagnia degli angeli. Quello pero che ti racco mando è di cercare di farli buoni e di raccontare ogni giorno qualche fatto o della Storia Sacra o della vita dei Santi o di Maria Santissima. (…) Il Signore ti farà vedere quanto gli è gradito questo sistema di educazione cristiana».

«Ero chierico salesiano a Catania, insegnante di seconda elementare avevo 46 alunni. Fin dal primo giorno di scuola, praticai il consiglio che mi aveva dato don Bosco: l’ultimo quarto d’ora della scuola l’avevo destinato al racconto di qualche fatto edificante. Per la novena dell’Immacolata promisi agli scolari di raccontare loro un fatto riguardante la Madonna: il racconto era atteso con ansia (…).

Il quinto giorno della novena (…), erano le quattro pomeridiane, l’aria era pesante, il cielo nuvolo ed oscuro. Alle insistenze dei ragazzi anticipai la narrazione del fatto (…).

Quindi, per infervorare i miei fanciulli alla devozione alla Vergine benedetta, aggiunsi:Vedete questa volta che sta sul nostro Capo? Ebbene, se amiamo Maria e la volta stesse per cadere, la Madonna la sosterrebbe, finché non fossimo fuori pericolo. (…)

Intanto suono la fine della scuola, recitai la preghiera e diedi l’ordine di uscire banco per banco. Usciti gli alunni dell’ultimo banco li seguii anch’io, non ero che a due metri di distanza dall’uscio della classe, quando sentii scuotere il fabbricato e poi uno scroscio spaventoso come il terremoto. Mi voltai:

la scuola non esisteva più, il pavimento era rovinato, trascinando seco banchi, cattedra, e tutto ciò che l’aula sosteneva e schiacciando quanto vi era nelle stanze sottostanti.

Confortai i miei fanciulli esterrefatti, dimostrando loro la grande bontà della Madonna, (…) ripetei le parole che mi disse don Bosco: Il Signore ti farà capire quanto gli è gradito questo sistema di educazione cristiana».

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