«Ho accarezzato il Grigio» Incontro con il signor Renato Celato

«Ho accarezzato il Grigio» Incontro con il signor Renato Celato

Un salesiano della “vecchia guardia” autista fidato e discreto di quattro Rettori Maggiori, una lunga vita di servizio eroicamente osservante e puntuale. Con un “misterioso” incontro.

«Sono nato 93 anni fa. Eravamo undici fratelli. Solo uno oltre a me è ancora vivente. Uno dei miei fratelli è morto durante la guerra ucciso in una foiba dai partigiani comunisti».

Come ha conosciuto i salesiani?
«È stata una cosa singolare. Girava nei nostri paesi, nell’anno della canonizzazione di don Bosco, il 1934, molto materiale propagandistico salesiano. C’era in particolare una cartolina con la figura in bianco e nero di don Bosco. Bisognava fissare un punto per un po’ di secondi, poi, se si chiudevano gli occhi, si vedeva la figura a colori di don Bosco sorridente. È proprio quello che mi ha incuriosito e attratto. Vedere don Bosco così sorridente mi ha affascinato. Ho parlato poi con il viceparroco e lui ha combinato tutto. Per l’intervento anche di un salesiano che conoscevo, perché al mio paese c’erano altri tre salesiani, sono andato al Colle don Bosco, che allora si chiamava Casa Paterna, nel 1935, e sono rimasto là per l’aspirantato. Nel 1940, in piena guerra, sono andato in Noviziato.

Dopo la Prima Professione sono stato mandato per un anno alla Crocetta come sguattero per dare una mano alle suore, poi sono tornato al Colle e ci son rimasto fino al 1958. Ero incaricato delle piante da frutto. Ne avevamo più di mille da coltivare. Mi occupavo anche delle api: avevamo sessanta alveari. Negli ultimi giorni di gennaio del 1958, il direttore mi chiamò: “Ti desiderano i superiori di Torino, vai a vedere quello che vogliono”. Mi presentai all’Economo Generale, don Fedele Giraudi, il quale mi disse: “Abbiamo pensato che tu possa fare l’autista del Rettor Maggiore ma, bada, altri tre salesiani hanno fatto da autisti al Rettor Maggiore e tutti e tre sono usciti di Congregazione. Pensaci e dammi una risposta”. Mi consultai con il direttore del Colle che mi disse di non pensarci, ma il 29 gennaio dovetti fare le valigie e andare a Torino.

Ero il più giovane di Valdocco. Quando mi vide il Rettor Maggiore, don Ziggiotti, mi disse: “Povero Figlio, sei finito nella fossa dei leoni! Ma non avere paura. Per qualsiasi difficoltà vieni da me e risolviamo tutto”.

Ci restai fino al 26 maggio del 1971 quando venni qui a Roma Pisana. Sempre con lo stesso incarico: autista del Rettor Maggiore e poi incaricato dell’Ufficio Postale interno. E sono ancora qua».

Tra i tanti salesiani che ha conosciuto, chi l’ha impressionato di più?
Certamente il signor Luigi Fortini morto a Valdocco qualche anno fa a 99 anni. Quando arrivai in collegio vidi un signore con il rosario in mano. Mi ha fatto impressione: non ero abituato a vedere un uomo con il rosario in mano. Era lui. Un salesiano coadiutore esemplare.

Quanti Rettori Maggiori ha conosciuto da vicino?
Don Ricaldone veniva quasi tutte le settimane al Colle. Seguiva di persona i lavori per l’avviamento della Scuola Grafica e del sito dove sarebbe sorto il Tempio di don Bosco. Là, in quel tempo, c’era una collina e sopra la collina la cascina dove era nato don Bosco. Ho potuto dormire per molti anni proprio nelle camere dove era nato don Bosco prima che la casa fosse demolita.

Poi don Ziggiotti: sono stato il suo autista per tutto il rettorato, poi don Ricceri e don Viganò e don Vecchi. Don Chávez aveva come autista il suo segretario, così ho cominciato ad occuparmi della posta interna a tempo pieno, con il compianto signor Egidio Brojanigo, morto due anni fa a 102 anni. La fatica più grossa erano le spedizioni, veramente impegnative.
Come autista dei Rettori Maggiori ho viaggiato molto, per tutta l’Italia e l’Europa.
E sempre con la massima discrezione. Quando ho incominciato a Torino, mi hanno detto: “Tu sei cieco, sordo e muto”.

Ma ha ascoltato molto!
Ho ascoltato fin troppo! Durante i lunghi spostamenti in automobile, naturalmente, si occupava il tempo chiacchierando. Si prospettavano e risolvevano problemi. Sentivo, ma non sono mai venuto meno al segreto professionale.

Che cosa ricorda del misterioso cane che vide accanto all’urna di don Bosco?
Lo hanno raccontato tante volte. Ho potuto vedere, toccare, accarezzare quel misterioso cane. Era il 5 o il 6 di maggio del 1959, dopo l’inaugurazione del grande tempio di Cinecittà. Eravamo di ritorno da Roma con l’urna di don Bosco. L’urna era rimasta a Roma vari giorni. Era venuto ad onorarla anche papa Giovanni XXIII. In contemporanea c’era a Roma anche l’urna con le spoglie di san Pio X. L’urna di don Bosco rimase due giorni in San Pietro, intanto che si facevano le pratiche burocratiche per il viaggio di ritorno a Torino. Siamo partiti da Roma nel tardo pomeriggio. Cominciava a farsi buio. Dovevamo arrivare a La Spezia alle quattro del mattino, sennonché eravamo stanchi e don Giraudi ci consigliò di fermarci un paio d’ore a Livorno dai salesiani.

Arrivammo a La Spezia verso le sette invece che alle quattro. Il confratello sacrista, signor Bodrato, aveva aperto le porte della Chiesa alle quattro e mezzo e aveva visto questo cane accovacciato davanti alla porta e gli aveva rifilato un calcio per mandarlo via. Senza reagire, il cane si era ritirato in disparte ed aveva aspettato l’arrivo dell’urna.

Quando siamo arrivati, abbiamo portato l’urna in chiesa e l’abbiamo appoggiata su un bancone dei falegnami, il cane ci ha seguiti e si è accoccolato sotto l’urna. Lì per lì nessuno ci ha badato. Poi quando incominciò ad arrivare la gente e iniziarono le Messe e le funzioni, il direttore si preoccupò e disse ai carabinieri: “Mandate via questa bestia che sta sotto l’urna!”. Ma non ci riuscirono. Il cane digrignava i denti e sembrava arrabbiato. Rimase là fino a mezzogiorno. A quell’ora chiusero la chiesa. Il cane uscì e cominciò a gironzolare tra i ragazzi in cortile. I ragazzi naturalmente erano felici di averlo in mezzo a loro: lo accarezzavano, gli tiravano la coda. Mi unii anch’io a loro.

Andammo a pranzo. C’erano l’ispettore, tutti i direttori dell’ispettoria, i novizi e i confratelli che erano riusciti ad entrare. La sala da pranzo era al piano superiore. Durante il pranzo vedemmo questo cane che tranquillamente spinse la porta con le zampe anteriori ed entrò. Cominciò a gironzolare tra le tavole. Don Puddu, segretario del Consiglio Superiore, gli sferrò un calcio, ma il cane non si scompose e continuò a passeggiare. Gli offrirono pane, prosciutto, salame. Annusava in segno di gradimento, ma non toccò niente. Rimase lì per tutto il pranzo. Poco prima della preghiera finale, aprì di nuovo la porta da solo ed uscì.

Verso le quattordici, tornammo in chiesa per ripartire, perché il viaggio era ancora lungo. Il cane era di nuovo accovacciato sotto l’urna. Come aveva fatto a entrare? La chiesa aveva le porte sbarrate, com’è facile immaginare.

Caricammo la pesantissima urna sul furgone e il cane era ancora lì in mezzo a noi. Ho lasciato in archivio una fotografia che documenta quel momento. Partimmo per Genova Sampierdarena, passando per il valico del Turchino. Non c’era l’autostrada allora. Don Giraudi, che era in macchina con me, mi diceva ogni tanto: “Sta attento, guarda un po’ se c’è il cane!” C’era. Sempre dietro il nostro furgone, anche in città. Lo vidi ancora fino al terzo tornante della salita. Poi scomparve.

Che cosa vorrebbe dire ai giovani salesiani e ai tanti amici di don Bosco, oggi?
Essere generosi. Dire sempre di “sì” qualsiasi cosa capiti. Nella vita c’è sempre Qualcuno che ci assiste. C’è sempre Qualcuno che ci guida. Dobbiamo sempre avere fiducia. Sono contento della mia vita perché ho sempre cercato di dire di “sì”. Ed essere utile a tutti, anche se mi costava. Prima come autista e poi come incaricato della posta. Giorno e notte a disposizione di tutti, sempre pronto a qualsiasi servizio.

E che trovino sulla loro strada tanti salesiani come il signor Fortini.

(Tratto dal Bollettino Salesiano di Aprile 2016)

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