Don Bosco e sua formazione musicale

Don Bosco e sua formazione musicale

Giovannino Cantore

Giovannino fin da piccolo imparò tante cose utili e divertenti delle quali se ne servì per attirare e portare i propri amici al bene. “Quando ogni cosa era preparata ed ognuno stava ansioso di ammirare novità, allora li invitava tutti a recitare la terza parte del Rosario, dopo cui si cantava una lode sacra”. (1)

Sarà stata certamente una lode alla Madonna. Erano canti eseguiti ovunque: nelle chiese e cappelle, d’inverno nelle stalle e d’estate sull’aia e nei cortili. Le parole, generalmente erano semplici, popolari, sorrette da una melodia il più delle volte ampia, solenne, dove il popolo poteva aggiungere: terze, seste, portamenti.

Nel canto di queste “lodi sacre” il popolo partecipava attivamente e ne godeva spiritualmente. Manifestava così il proprio amore alla Madonna e don Bosco, di questi canti, ne fu sempre un grande propugnatore. Fin da ragazzino sogna però d’avere una chiesa o cappella “dove andare a cantare, a pregare con i miei compagni” (2).

Giovannino (11-12 anni) ha una bella voce e se ne serve per fare del bene. Un suo biografo racconta un episodio avvenuto a Morialdo: “Appressandosi la notte, Giovanni ritornò in mezzo al ballo che era stato ripreso con pazza frenesia. L’aria si faceva sempre più scura, e Giovanni diceva alle persone che gli sembravano più assennate: “È tempo d’andar via, il ballo diventa pericoloso”. Ma, badandogli nessuno, si mise a cantare come aveva fatto poche ore prima. Al suono dolce e direi magico della sua voce, cessarono le danze e rimase sgombero il luogo del ballo. Tutti corsero intorno a lui per udirlo, e quando ebbe finito gli offersero non pochi doni perché ricominciasse. Riprese il suo canto, ma non volle accettare doni. I rettori del ballo, che vedevano col cessare delle danze cessare eziandio il loro guadagno, gli si avvicinarono e offrendogli del denaro gli dissero: “Ecco, o tu accetti questo denaro e te ne vai, o sono busse che ti prendi, quali non hai mai sentite”.

“Oeh! rispose Giovanni, che parlare è il vostro? Qui son forse in vostra casa per obbedirvi? Non son libero di fare ciò che più mi talenta? Io ho qui parenti, che sono attesi alle loro case, se vengo a chiamarli, vi faccio torto? Le famiglie temono che succeda qualche disgrazia, qualche rissa, qualche ferimento, non è giusto che siano tolte dall’ansietà? A quest’ora specialmente, voi che avete giudizio, e siete brave persone, dovete intendere che non è possibile che succedano disordini, dei quali poi vi resterebbe rimorso. Se io desidero l’ordine, gli è che la nostra borgata ebbe sempre un nome onorato presso gli altri paesi. Con questo forse vi manco di rispetto?” Queste ed altre simili ragioni, dette da un fanciullo fecero stupire, e convinsero molti ad abbandonare il ballo. I più fanatici per le danze stettero ancora qualche istante; ma, essendo più in pochi, si determinarono essi pure di ritirarsi. (3)

Giovannino cresce nella sua “borgata” aiutando la mamma ma il suo pensiero è quello di studiare per diventare prete. Dopo diverse peripezie trova finalmente in don Calosso (cappellano a Murialdo) il sacerdote che lo inizia allo studio del latino. Dopo neppure un anno questo pio sacerdote muore e Giovanni si reca a Castelnuovo per continuare gli studi.

Primi Studi Musicali

“Fui pertanto messo in pensione con un sarto di nome Roberto Gioanni. Essendo un buon dilettante di canto gli divenni presto discepolo e compagno di musica, e poiché la voce mi favoriva alquanto in pochi mesi potei montare sull’Orchestra e fare parti obbligate con buon successo”. (4)

In una trascrizione fatta da don Berto c’è un’aggiunta di don Bosco, posta a sinistra su un foglio bianco, che dice: “mi diedi con tutto cuore all’arte musicale”. (Appendice: documenti n. I pag. 108). Il testo esatto è: “Fui pertanto messo in pensione con un onesto uomo di nome Roberto Gioanni di professione sarto, e buon dilettante di canto gregoriano e di musica vocale. E poiché la voce mi favoriva alquanto mi diedi con tutto il cuore all’arte musicale e in pochi mesi potei montare sull’orchestra e fare parti obbligate con buon successo”. (5) (Osservare anche le varianti nell’appendice: documenti n. 2 pag. 108).

Dopo gli studi a Castelnuovo, il giovane Bosco parte per Chieri, ma è povero e si adatta a vivere in famiglia e si offre come commesso, garzone, barista e così si paga la pensione. Fu in questo periodo (1830) che Giovanni si sentì attratto come non mai alla musica. “L’anno di umanità, dimorando nel caffè dell’amico Gioanni Pianta, contrassi relazione con un giovanetto ebreo di nome Giona. Era esso sui diciotto anni, di bellissimo aspetto, cantava con una voce rara fra le più belle… Ogni momento libero egli veniva a passarlo in mia camera, ci trattenevamo a cantare, a suonare il piano, a leggere…” (6)
Studente a Chieri “in mezzo ai miei studi e trattenimenti diversi, come sono il canto, suono, declamazione…” (7)

Giovanni Bosco non è un “secchione”, è uno studente brillante che ama anche divertirsi e divertire: “In quei trattenimenti in quegli spettacoli talvolta cantava, talora suonava o componeva versi”. (8)

Oltre che una bella voce e saper suonare il piano, il giovane Bosco, sempre da autodidatta, apprende anche lo studio del violino. Questo strumento gli piace, ma crede sia di impedimento per la vita che intende intraprendere, e nel giorno della sua vestizione (ottobre 1834) scrive 7 deliberazioni che legge davanti ad una immagine della Madonna; al n. 2 c’è questa risoluzione: “non suonerò più il violino”. (9)

Cercò di praticare sempre questo proposito, ma una volta non seppe dire di no ad un suo zio: “Volendosi celebrare la festa di S. Bartolomeo, fui invitato da altro mio zio ad intervenire per aiutare nelle sacre funzioni, cantare e anche suonare il violino, che era stato per me uno strumento prediletto, a cui avevo rinunciato. Ogni cosa andò benissimo in Chiesa. Il pranzo era a casa di quel mio zio, che era priore della festa, e fino allora niente era a biasimarsi. Finito il desinare, i commensali mi invitarono a suonare qualche cosa a modo di ricreazione. Mi sono rifiutato. Almeno, disse un musicante, mi farà l’accompagnamento io farò la prima, ella farà la seconda parte.

Miserabile! Non seppi rifiutare e mi posi a suonare e suonai per un buon tratto, quando si ode un bisbiglio ed un calpestio che segnava moltitudine di gente. Mi faccio allora alla finestra e miro una folla di persone, che nel vicino cortile allegramente danzava al suono del mio violino. Non si può esprimere con parole la rabbia da cui fui invaso in quel momento.
Come, dissi ai commensali, io che grido sempre contro ai pubblici spettacoli, io ne sono divenuto il promotore? Ciò non sarà mai più.

Feci in mille pezzi il violino, e non volli mai più servire, sebbene siansi presentate occasioni e convenienza nelle funzioni sacre”. (10) (Appendice: documenti n. 3 pag. 109).
Il Lemoyne (M.B. I., 420) gli fa scrivere così: “Levatomi di là, tornai a casa, presi il mio violino, lo feci in mille pezzi, né me ne volli mai più servire, sebbene siansi presentate occasioni e convenienze nelle funzioni sacre. Di ciò avea fatta promessa solenne e la mantenni. Più tardi insegnai ad altri il modo di suonare questo strumento, ma senza che io lo prendessi in mano”.

D. Cena (M.O., 100 nota 45) commentando questa aggiunta del Lemoyne dice: “Quello che manca nel manoscritto, pensiamo che l’autore l’abbia udito da don Bosco nei tanti colloqui avuti con lui”.

Don Bosco continua i suoi studi e “asceso al sacerdozio l’anno 1841, venne a Torino a completare gli studi di teologia morale nel celebre Convitto Ecclesiastico (con) Guala e Cafasso. Intanto studiava con amore musica vocale istrumentale e il pianoforte; coltivava la storia
Ecclesiastica, e le lettere nell’università di Torino”. (11)
Peccato che il Biginelli non ci dice con quali Maestri abbia studiato musica.

Don Bosco, ormai sacerdote, ma ancora studente del “Convitto” a poco a poco e tra mille difficoltà realizza la sua missione sacerdotale. Inizia a raccogliere giovani, preferibilmente orfani e abbandonati, disoccupati, in cerca di lavoro. Passa da un luogo ad un altro della città di Torino, sempre incompreso e poco aiutato.

Prime Realizzazioni Musicali (1842)

Don Bosco Compositore

“Frattanto don Bosco cercava ogni mezzo per rendere più amene che poteva le radunanze domenicali. Egli sapeva toccare discretamente l’organo ed il pianoforte, aveva studiato per intero alcuni metodi dei più rinomati Autori per imparare il suono ed il canto, e la sua voce si prestava a qualunque parte salendo armoniosa fino al secondo do della seconda ottava (?!). Avvicinandosi pertanto la festa del Santo Natale, volle preparare una canzoncina in lode del Divino Pargoletto. La poesia fu composta e scritta sul davanzale di un coretto della Chiesa di S. Francesco. Esso stesso la mise in musica. Ecco i versi:

Ah! si canti in suon di giubilo,
Ah! si canti in suon d’amor.
O fedeli, è nato il tenero
Nostro Dio Salvator.
Oh come accesa splende ogni stella:
La luna mostrasi lucente e bella
E delle tenebre squarciasi il vel.
Schiere serafiche, che il ciel disserra
Gridan con giubilo: sia pace in terra!
Altre rispondono: sia gloria in ciel!
Vieni, vieni, o pace amata,
Nei cuor nostri a riposar.
O bambino in mezzo a noi
Ti vogliamo conservar.

La musica non era secondo le regole del contrappunto, ma riusciva così affettuosa da strappare le lacrime. Don Bosco si accinse a farla imparare a’ suoi giovanetti, privi di ogni istruzione e ignari delle note. La sua perseveranza superò ogni ostacolo.

Non avendo da principio luogo al Convitto per simili esercitazioni, usciva di casa, e la gente fermavasi stupita al vedere un prete in mezzo a sei od otto giovanetti che, tra la via Doragrossa e Piazza Milano, passeggiavano ripetendo a bassa voce una canzone. Quell’aria restò così loro impressa nella mente, che alcuni di quei cantori ancora la ricordavano nel 1886, sicché dopo tanti anni si poté scrivere colle sue note a perpetua memoria. Si trova eziandio e si conserva il prezioso manoscritto della poesia. (appendice: documenti n. 4 pag. 109 e 4 bis pag. 110).
Fu cantata nel 1842 la prima volta ai Domenicani e poi alla Consolata, dirigendo don Bosco la piccola orchestra e suonando l’organo. I Torinesi non assuefatti allora ad udire in orchestra le voci bianche dei fanciulli ne furono entusiasmati, poiché solo i maestri, colle loro voci robuste e talvolta poco simpatiche, a quei tempi, cantavano nelle funzioni in Chiesa.

Riuscita bene la prima prova, don Bosco sullo stesso motivo musicale, scrisse la seguente poesia, da cantarsi nel tempo della S. Comunione.

Ah! Cantiamo in suon di giubilo
Ah! cantiamo in suon d’amor.
O fedeli, qui ci attende
Nostro Dio Salvator.

O come mostrasi
Bontà infinita!
Cibo a noi donasi
Chi diè la vita;
D’immense grazie
Apportator.

Schiere serafiche
Che il ciel disserra
Scendono con giubilo
Dal ciel in terra
Ovunque cantano
Lodi al Signor.

Con qualche variazione fece pure servire la stessa musica per un Tantum Ergo, che sovente fu cantato nelle Chiese per circa venti anni, specialmente nelle passeggiate che di quando in quando facevansi. Con questo metodo la poca scienza musicale degli allievi, usata a tempo opportuno, loro procurava molta fama e molto affetto dalle popolazioni.

Dopo musicò il “Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria, e sempre sia lodato il Nome di Gesù Verbo incarnato” che si canta ancora oggidì nella chiesa di Maria Ausiliatrice sul finire della predica del mattino. Compose eziandio un “Gloria in excelsis Deo” per Castelnuovo,

quando vi si recò le prime volte co’ suoi giovanetti ancora esterni. Fu il principio di una piccola Messa, che in quei tempi sembrò una meraviglia. Scrisse quindi un motivo per il “Magnificat” alternando l’orchestra i versicoli, che il popolo cantava in canto corale, col primo sempre ripetuto. Lo stesso fece per le Litanie della Madonna. (Di nessun canto scritto da don Bosco esiste uno spartito o una partitura originale n.d.a.).

In questa santa gara di catechista e musico ben presto si associò a don Bosco il Chierico Luigi Nasi, di nobile famiglia torinese, laureato in teologia nel 1842, ordinato sacerdote nel 1844, poi Direttore Spirituale del Rifugio, Canonico del Corpus Domini, e tutto consacrato, per opera di D. Cafasso, al ministero delle confessioni e delle missioni… Poeta ed artista non comune componeva per loro versi e musica, e coadiuvando mirabilmente don Bosco, per vari anni facevansi all’uopo accompagnatore d’organo e maestro d’orchestra.

Il teol. Nasi, dunque, suonando l’organo, accompagnava i piccoli cantori di don Bosco, fra i quali si trovavano voci bellissime, alla Consolata, al Corpus Domini, a Moncalieri nella Chiesa delle Carmelitane. Talora salivano eziandio l’orchestra di S. Francesco d’Assisi. La sagrestia di questo tempio divenne allora l’aula magna dell’accademia musicale ove si diè principio a quella scuola che un giorno doveva cantare le Messe, i Vespri, i Tantum Ergo, i Mottetti delle prime celebrità musicali, come sono i Cherubini, Rossini, Haydn, Palestrina, ecc. Appassionatissimo della musica, don Bosco faceva più tardi stampare sulla porta della sua scuola queste parole scritturali: “Ne impedias musicam”.

A quei suoi primi giovani don Bosco insegnò pure varie canzoni in onore della Madonna, e fra le altre notiamo quella che ora forse più non si ricorda: “Maria risuona la valle e il monte” e l’invito a Gesù Sacramentato, che comincia:
A lieta mensa e regia Del sacro agnello accolte In pure vesti e candide Dell’innocenza avvolte Inni cantiam di giubilo Al Cristo vincitor.

Le musiche come le parole di questi inni, non erano sempre di don Bosco, bensì anche di maestri non oscuri. Alcune però, che ancora oggigiorno si ripetono negli Oratorii e Collegi Salesiani ebbero un’origine piuttosto strana, che qui vogliamo far nota.

Un giorno don Bosco udì un coro di operai, che in sulla sera cantavano un loro stornello armonioso, marziale, che segnava il passo. Sapendo quanto ai giovani piacesse quel genere di canto, lo ritenne a memoria e, conoscendo Silvio Pellico, che veniva a confessarsi dal Teol. Guala, lo pregò che volesse scrivergli alcuni versi all’Angelo Custode; e ne venne fuori quella poesia e quell’aria popolarissima “Angioletto del mio Dio” che tuttora si ripete ne’ nostri Istituti.

Altra volta, passando per Piazza Milano, s’incontrò in alcuni giovani cantori ambulanti, i quali, con accompagnamento di chitarra e violino, cantavano una loro storia profana ma onesta in mezzo a folta corona di gente. Un solo giovane cantava la strofa e gli altri in coro il ritornello. Piacque grandemente a don Bosco quell’armonia, che era di tal natura da prendere voga per la sua popolarità; e però, fuori carta e matita e appoggiatosi allo stipite del palazzo della Prefettura, in un angolo della stessa piazza, scrisse quelle note.
Andò poi in cerca di una poesia sacra, che si adattasse a tal musica, e trovò acconcissima

quella: “Noi siam figli di Maria” che si canta con tanto slancio da tutti i giovanetti delle Case Salesiane.
Non è a dire quanto questi canti accrescessero la gioia e l’entusiasmo nei giovanetti e l’ammirazione nelle popolazioni.

Un giorno don Bosco condusse i suoi giovani alla Madonna del Pilone. Su tre barche attraversarono il Po, e quando furono in mezzo al fiume intonarono una bella lode. I popolani, che si trovavano sulle sponde, al sentire quel canto si fermarono ascoltando; quindi, innamorati dell’armonia, si misero a seguire il corso delle barche, camminando per lo stradone. Siccome tra di loro vi erano alcuni trombettieri, questi diedero fiato alle loro trombe e si misero ad accompagnare quel motivo facile, producendo un effetto magico. Tutti gli abitanti della Madonna del Pilone uscirono fuori delle case e quando le barche approdarono, circa un migliaio di persone si erano raccolte ad attendere e attorniare i giovani cantori. Fu quello uno dei primi trionfi dei musici di don Bosco, che preludiava ai mille e mille altri che avrebbero in seguito acquistati in ogni parte del mondo”. (12)

Voglio ricordare che fin dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino agli anni cinquanta-sessanta, nelle Case e Chiese salesiane si cantavano ancora molte “Lodi Sacre” del tempo di don Bosco, quelle stampate nel Giovane Provveduto.
Don Bosco nel suo girovagare da un sito ad un altro per trovare un posto stabile per i suoi ragazzi, non tralasciava di farli ridere, giocare e cantare.

“Le radunanze festive… comprendevano due parti: una sacra come sarebbe istruzione religiosa e varie pratiche di pietà e l’altra profana, vale a dire svariati ed onesti divertimenti, canti, suoni”. (13)
“Dopo la messa tenevasi breve spiegazione del Vangelo. Dopo mezzodì catechismo, canto di laudi sacre, breve istruzione, litanie lauretane e benedizione”. (14)

Un gustoso episodio accaduto nel marzo del 1846 mostra, ancora una volta, come don Bosco si servisse della “musica istrumentale” e del “canto” per fare solamente del bene tra i suoi giovani:
“Siccome poi facevamo frequenti camminate in luoghi anche lontani, così io ne descriverò una fatta a Superga, da cui si conoscerà come si facevano le altre…

Si procurava che ognuno ascoltasse prima la Messa, e poco dopo le nove partimmo alla volta di Superga… Si osservava silenzio sin fuori delle abitazioni della città; di poi cominciavano gli schiamazzi, canti, e grida, ma sempre in fila ed ordinati… In mezzo a quei trambusti avevamo la nostra musica, che consisteva in un tamburo, in una tromba ed in una chitarra.

Era tutto disaccordo, ma servendo a far rumore, colle voci dei giovani bastava per fare una meravigliosa armonia. Stanchi dal ridere, scherzare, cantare e direi, di urlare, giungemmo al luogo stabilito… Alle tre pomeridiane ho fatto un breve discorso (in chiesa) dal pulpito, dopo cui alcuni più favoriti dalla voce cantarono un Tantum Ergo in musica che per la novità delle voci bianche trasse tutti in ammirazione… Il medesimo cantare, ridere, correre, e talvolta pregare occupò la nostra via”. (15)

Il medesimo episodio fu narrato sul “Bollettino Salesiano” da don Bonetti che ampliò l’orchestra di don Bosco così: “consisteva in un vecchio tamburo, una tromba, un violino ed una chitarra… i musici sposarono il suono dei loro strumenti. Quei benemeriti signori gradirono il

loro buon cuore, ma non poterono non ridere della strana musica, che pareva quella medesima con cui una volta in piazza Castello di Torino i saltimbanchi facevano ballare le scimmie… Dopo la predica i musici salirono sull’Orchestra, e accompagnati da don Bosco col suono dell’organo, cantarono per la Benedizione il Tantum Ergo.” (16)

In questo periodo (1846) don Bosco era ancora cappellano presso la marchesa Barolo e raccoglieva, alla domenica, i suoi giovani nei locali che questa nobile signora metteva a sua disposizione.
Ma “le molte cose che andavasi dicendo sul conto di don Bosco cominciavano ad inquietare la Marchesa Barolo… Un giorno venuta in mia camera ella prese a parlarmi così: “Io sono assai contenta delle cure che si prende dei miei istituti. La ringrazio che abbia cotanto lavorato per introdurre in quelli il canto delle laudi sacre, il canto fermo, la musica, l’aritmetica, ed anche il sistema metrico… ” (17)

La marchesa voleva che si dedicasse esclusivamente alle sue Opere per la gioventù femminile, ma don Bosco pur di rimanere con i suoi Giovani preferì farsi licenziare. Interessante però notare come riconosca i meriti di don Bosco in campo musicale: lodi sacre, canto fermo (gregoriano) e musica.

Note

  1. M.O., 30
  2. M.O., 33
  3. M.B. I, 145-146
  4. A.C.S. 132, 19
  5. M.O., 45; A.C.S. 132,23
  6. M.O., 65; A.C.S. 132,47
  7. M.O., 69; A.C.S. 132,37
  8. M.O., 70; A.C.S. 132,39
  9. M.O., 88
  10. M.O., 99-100
  11. Biginelli teol. Luigi: “Don Bosco – notizie Biografiche”
  12. M.B. II, 129-34
  13. Bonetti: o.c. 23
  14. M.O., 142
  15. M.O., 155-57
  16. Bonetti: o.c. 57-59
  17. M.O., 161

(tratto da Don Bosco e la musica, Mario Rigoldi, 1988)

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