Laura Vicuña, la ragazzina delle Ande

Laura Vicuña, la ragazzina delle Ande

Offrì la sua vita per la mamma, invischiata in una torbida vicenda di estancieros. Si chiamava Laura, e nessuno si era ricordato di farle una fotografia. Ora centinaia di migliaia di ragazze in tutto il mondo la conoscono, e la pregano per avere un poco della sua forza.

Aveva solo cinque anni quando il padre, ufficiale dell’esercito cileno, dovette prendere la via dell’esilio. Lo seguivano la mamma, Laura e una sorellina ancora più piccola, Giulia. Nel Cile era scoppiata la guerra civile.

Con altre carovane di profughi, la famiglia Vicuna raggiunse dapprima il villaggio di Temuco, poi puntò su Norqufn, in una plaga desolata ai piedi delle Ande, in Argentina. Ma non c’era pace per loro: dovettero rimettersi ben presto in cammino.

In una breve sosta a La Lajas incontrarono il missionario salesiano don Milanesio che li indirizzò a Jumbi de los Andes, dove i figli di Don Bosco avevano aperto un collegio per ragazzi, e ospitavano anche i profughi cileni.

Ma la serenità durò pochissimo: durante il lungo pellegrinare una malattia inguaribile aveva strappato alla piccola famiglia il padre. Le due bambine dovettero essere collocate presso le suore salesiane nel collegio di Junin. Giulia mostrò (così ricordavano le suore) un carattere vivace, mentre Laura si rivelò dolce e riflessiva.

La mamma, Mercedes, dovette pensare a trovare un lavoro che le consentisse di guadagnarsi da vivere, e anche (poiché il collegio delle suore era poverissimo) di contribuire al mantenimento delle sue bimbe. Un ricco proprietario, invaghitosi di lei, la invitò alla sua estancia a Quilquihue, offrendole un lavoro continuo e ben retribuito. Mercedes Vicuna non avrebbe voluto accettare, perché quell’uomo la spaventava; ma poi pensò alle sue bambine, alla necessità di assicurar loro un avvenire, e pur conoscendo i metodi violenti e l’irreligiosità di colui che doveva diventare il suo padrone, firmò il contratto di lavoro.

L’estanciero però aveva altre intenzioni: quella firma doveva significare una resa a discrezione e un legame di ben altra natura per Mercedes.

Un’infinita tristezza nel cuore

Laura non sapeva nulla di tutto ciò, naturalmente. Né poteva sospettare che, nel momento in cui salutava dalla soglia del collegio la mamma che partiva per Quilquihue, si decideva anche il suo destino.

Quando compì nove anni andò per la prima volta con Giulia a passare le vacanze estive presso la mamma. Abituata alla serenità del collegio, si sentì subito a disagio nella estancia: non tardò a capire che tra la mamma e il padrone c’era qualcosa di più che un semplice rapporto di lavoro, e tornò in collegio portando nel cuore una infinita tristezza di cui le suore non tardarono a comprendere la ragione.

Passarono i mesi. Gli incontri con la mamma, quando veniva a trovarla, si fecero sempre più drammatici e dolorosi. Laura la scongiurò di allontanarsi da Quilquihue, di trovare una soluzione.

  • Prendi una casetta vicino a noi – le disse. – Non restare lontana, non abbandonarci.

Tra le lacrime, la signora Mercedes seppe dire soltanto:

  • Debbo stare lontana da voi per il vostro bene. E Laura finalmente seppe che tutte le spese per lei e per la sorellina venivano pagate dall’estanciero.

Da quel momento qualche suora cominciò a registrare i « fioretti » che la ragazzina offriva al Signore perché la mamma ritornasse sulla retta via. Quelle annotazioni si trovano ora in piccole cartelle sulle quali figurano le date degli anni 1901-1902. Sono allegate agli incartamenti, alle testimonianze, che forse un giorno porteranno la piccola Laura sugli altari, tra i santi della Chiesa.

La festa notturna e la paura

All’epoca delle vacanze scolastiche, Laura non voleva partire: aveva paura a tornare sotto il tetto dell’uomo brutale che conviveva con la madre. Ma dovette andare, perché quello era il desiderio della mamma, e neppure le suore potevano opporsi.

I coloni della estancia, che la signora Mercedes trattava sempre con gentilezza, accolsero cordialmente le due bambine; e anche il padrone sembrò addolcito dalle loro faccette delicate. Trascorsero alcune settimane di pace. Poi scoppiò, improvvisa, la tempesta.

Nella estancia ci fu una grande festa notturna alla quale, tra canti e danze, parteciparono tutti i contadini della zona. La festa degenerò ben presto in un’orgia di ubriachi, e Laura si nascose in un luogo appartato della casa a piangere tutte le sue lacrime.

All’alba, spenti i fuochi della festa, il padrone chiese della ragazzina, perché s’era accorto che non aveva partecipato alla baldoria collettiva. Quando udì la ragione della sua assenza, si imbestialì.

  • Le darò una lezione che non potrà più dimenticare – urlò cominciando a cercarla per le stanze della casa.

Mercedes, con un atto di coraggio che avrebbe dovuto fare da molto tempo, sbarrò la strada al bruto, e gridando richiamò l’attenzione dei domestici. L’estanciero, per non «perdere la faccia », si ritirò in camera sua. Ma quando svanirono i fumi del vino, rese nota la sua decisione: non avrebbe più sborsato un soldo per le bambine.

Le suore riaccettarono ugualmente Laura. La mamma, però, volle tenere con sé Giulia, la più piccola.

« La mia vita per la mamma »

Un giorno il collegio era in festa per l’arrivo del missionario salesiano mons. Giovanni Caglierò. Laura ascoltò le sue parole, i suoi racconti missionari, si entusiasmò, e in un colloquio gli chiese di poter essere accettata tra le « postulanti » delle suore salesiane. Il Vescovo le rispose che era ancora troppo piccola per decidere il suo avvenire. In un secondo colloquio, tuttavia, ottenne il permesso di fare a Dio un voto privato di castità. « Voglio offrire a Dio – disse – una vita di amore, di sacrificio e di mortificazione per mia mamma ». Aveva appena dieci anni. Più tardi, quando vedrà la mamma andare sempre più alla deriva, con il permesso del confessore « offrirà a Dio la sua vita ».

Le testimonianze sono concordi nell’affermare che la salute della ragazzina, fino allora florida, cominciò a deperire. Tra lei e la mamma si svolsero colloqui sempre più struggenti:

  • Perché, mamma, non ti decidi a stabilirti qui a Jumn? Come ti sentiresti più contenta! Giulia frequenterebbe la scuola, e potrebbe crescere più istruita.
  • E tu, figlia mia, — rispondeva la mamma — non potresti pensare a guarire, invece di stare in pensiero per me?

Nell’agosto del 1903, terribili bufere si scatenarono sulle Ande. I fiumi strariparono, i paesi furono minacciati dalle acque. Giunsero soldati con le barche e provvidero a trasferire nei villaggi vicini gli abitanti di Junin allagata. I nuovi strapazzi incisero gravemente sulla salute di Laura.

Sua madre, vivamente preoccupata, chiese di portare con sé la ragazzina febbricitante, ma non nella estancia, bensì nella casa di una carissima amica, Juana Des Espinos.

Qualcuno bussò alla porta

La pace sembrò tornare. La mamma, vicino alla sua bambina che aveva bisogno di lei, ritrovò la piena tranquillità. Ma una sera qualcuno bussò alla porta: era il padrone della estancia di Quilquihue. Dopo aver atteso invano il ritorno di Mercedes, era venuto a Junin deciso a tutto pur di ricondurla con sé. Tra lui e Mercedes l’incontro fu drammatico. Laura, che udiva le imprecazioni sempre più violente, vincendo i brividi della febbre si alzò, e piangendo tentò di raggiungere la porta: voleva forse chiamare qualcuno. Ma l’uomo sentì i passi e il pianto, la raggiunse, la gettò a terra, la coprì di ingiurie e di percosse. La mamma cercò di difenderla, ma anche lei fu colpita duramente da quell’uomo ormai completamente imbestialito. Soltanto quando nel vano della porta apparve la padrona di casa, Juana Des Espinos, cercò di calmarsi e finì per andarsene.

Le percosse e l’emozione avevano stremato la ragazzina, ma essa riuscì ugualmente a sorridere, perché ormai era certa che la mamma non sarebbe più tornata alla estancia. La sua preghiera era stata accolta. Mormorò alla mamma che ora avrebbe anche potuto morire.

Le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Intorno al suo lettino vennero le compagne del collegio, le suore, le donne di Junin. A tutte Laura cercò di sorridere, di dire una parola gentile.

Spirò serenamente, accanto alla mamma, il 22 gennaio del 1904. Il giorno prima la Chiesa aveva celebrato la festa di sant’Agnese, una ragazza romana che aveva accettato di morire per difendere la sua purezza. Laura non aveva ancora compiuto 13 anni.

Manca una fotografia

Qualcuno raccontò che sulla sua tomba il Signore concedeva grazie e miracoli, e così si pensò di raccogliere documenti e testimonianze sulla ragazzina delle Ande. Ora quei documenti sono custoditi e studiati dalle autorità della Chiesa, perché nel 1955 si credette bene di iniziare la causa di beatificazione di Laura Vicuna.

Nelle cartelle che custodiscono i documenti ne manca uno. Per la sua beatificazione non ha nessuna importanza, ma ne avrebbe molta per tutti noi: manca una fotografia qualsiasi di Laura. Nel villaggio dove trascorse quasi tutta la sua brevissima vita, in quegli anni nessuno possedeva una macchina fotografica. Quelli che la conobbero dicono che era una bambina bellissima, dagli occhi neri e profondi, dal volto bianco come un giglio. Guidato dalle testimonianze, un pittore ha tracciato un volto vivo e felice. È diventato il « volto ufficiale » di Laura. Purtroppo quello vero, che doveva portare in fondo agli occhi un velo di sofferenza per il male del mondo, nessuno lo rivedrà: una sorte stranamente uguale a quella che toccò a Domenico Savio, il primo santino cresciuto nell’Oratorio di Don Bosco.

In questa nostra epoca in cui da tante parti il matrimonio cristiano viene considerato un inutile peso, forse un giorno la Chiesa innalzerà sugli altari la figura della ragazzina delle Ande, che offrì la vita perché la sua mamma ritrovasse la strada di Dio.

Beatificazione: 3 settembre 1988, da san Giovanni Paolo II

(tratto da: Profili di Santità, Teresio Bosco)

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